Frames of Experience

Del 27 novembre 2016

Caro Professore,

Mi trovo qui, seduto su una consumata poltrona di un vagone di un treno. Guardo scorrere per l’ennesima volta la vasta campagna tra Trieste e Venezia. Sorrido; sorrido, perché mi chiedo quante volte ancora dovrò vederla; sorrido, perché, nonostante ci abbia fatto dell’ironia, questo è l’unico momento in cui l’ispirazione giunge e scrivere non è più un piacere o una passione, ma una necessità.

Sento il bisogno di ringraziarla. Dico grazie per la serata organizzata magnificamente da una splendida persona quale la professoressa *******; dico grazie per le sue parole e per gli episodi quotidiani di vita che ha raccontato, semplici storie che fanno tanto bene allo spirito. Tuttavia, non sono questi motivi, seppur validi, a rendere i ringraziamenti un bisogno. Lo è, il bagno d’umiltà che mi ha offerto quella sera sul pianerottolo. Penso che siano pochi i grandi uomini disposti a chiacchierare con giovane ragazzo immaturo, forse ancora meno quelli che nel farlo stanno seduti sulle scale tranquillamente e ascoltano con lo stesso interesse di chi parla. E’ una delle più grandi lezioni d’umiltà che io abbia mai ricevuto: di questo gliene sono estremamente grato.

Proverò a seguire il consiglio della professoressa e scrivere una lettera personale e “simpatica”, del resto si dice che si sia più sinceri e spontanei a parlare con le persone appena conosciute; non si è ancora vittima dell’impressioni ormai consolidate che caratterizzano una conoscenza più lunga. Spero solo non diventi tediosa. Molto spesso, anzi troppo spesso, mi capita di riflettere su di me: sebbene sia stato mandato al classico, ho sempre amato la matematica e la fisica; eppure oggi, pur studiando fisica, nel poco tempo libero studio letteratura, musica e scrivo. In questo periodo mi sto interessando alla scrittura epistolare, come le ho raccontato; la trovo realizzante e, spesso, butto su carta idee per racconti ed eventuali romanzi, tuttavia il genere mio prediletto è la poesia. Ho iniziato a scrivere per bisogno esistenziale, per dolore, e fu questo genere che mi venne più in aiuto. Tutto questo non lo avrei mai immaginato, se ci avessi pensato quando iniziai il liceo. D’altro canto, non avrei immaginato di poterle scrivere una lettera.

 Ho letto il suo libro “Ti devo tanto di ciò che sono”: ogni parola è una fonte d’ispirazione, da più livelli ne ho tratto giovamento. Mi ha fatto profondamente pensare. Mi affiora alla mente che ho un rapporto simile con il mio maestro di chitarra: gli insegnamenti che ho tratto nelle poche ore dalle discussioni con lui non li ho ricevuto da nessun altro. Provo nostalgia e tristezza: un simile rapporto, oggi, mi sembra irrealizzabile; il mondo è fortemente competitivo, le persone, sebbene anelino nel profondo un bisogno di aiuto, a volte cercato in una guida che li sostenga con l’esperienza, a volte in un giovane che li rinvigorisca con i sogni, si chiudono in solitudine e in agonismo per paura di essere delusi in tale aspirazione. Inoltre, quanto è importante il modo in cui comunicare; poco ormai si parla, poco si scrive su carta, si perde il gusto dell’attesa, il piacere dello sguardo dell’altro. Il valore della parola è ridotto al minimo con i mezzi di comunicazione, un grande guadagno e una grande perdita.

 Io ho amato profondamente Trieste e ho scoperto quanto di meraviglioso ci sia in lei quando sono partito.

Ora studio a Roma, Lei ha studiato a Torino, come ha gestito l’esperienza?

Sa, io mi sento spesso solo, ho paura di perdere me stesso in questa bufera romana; ho il terrore di perdere gli anni migliori degli amici e delle persone a me più care e questo mi tormenta. Non riesco a conciliare la voglia di vivere la mia Trieste e il mio desiderio di studio. Venni a Roma perché è la migliore laurea triennale di fisica e, venendo dal classico, sembrava la migliore scelta per avere delle solide basi.

Mi rendo conto di essere stato cieco, ho ricercato con troppo ardore ciò che ritenevo migliore per me, quando, invece, avrei dovuto guardare dove io sarei potuto essere una persona migliore.

Come le ho raccontato quella sera, mi sento spaesato, vivo lontano dal mio paesaggio triestino. Riconosco che il Colosseo sia un capolavoro, ma è stato costruito dall’uomo. Il mare, invece, è un dono di Dio: qui, il mare, non c’è.

La natura mi parla, mi consola più di chiunque altro; per questo prendo spesso il treno e non mi stanco mai di sorridere ancora una volta a questa campagna, che vedo scorrere lentamente davanti a me.

A volte, credo che io mi senta smarrito perché non sono cresciuto, credo che io ancora mi veda come il ragazzetto volenteroso e ingenuo che si vuole tuffare sul mondo dall’alto della sicurezza del liceo. I ricordi di quei momenti sono le uniche consolazioni e gli unici termini di paragone, ma anche le mie sole prigioni. E’ come essere intrappolati in un’ombra: ti senti protetto, al fresco, ma sai che il gioco inizia solo quando puoi anche scottarti.

Si passa dal porto del liceo all’oceano del mondo, dove per ignoranza e per paura ognuno diventa un pirata per se stesso e per gli altri.  Mi sono difeso così bene dalle piraterie esterne, che mi sono dimenticato del pirata dentro di me.

Penso sia stato sbagliato sperare di ritrovare lo stesso orgoglio di appartenenza del liceo all’università e così ho richiesto qualcosa che il nuovo ambiente non poteva darmi.

Non ho dato il giusto peso alle parole. Spesso si sente dire “Io sono del liceo …” e “Io frequento l’università …”, ma prima d’ora non ci avevo fatto caso.

In questa caccia al tesoro, ho cercato risposte dovunque, chissà se la Sua opinione non potesse essere proprio la risposta tanto ambita.

Infine, le allego questa poesia, s’intitola “Piccola vertigine”. Lei aveva dato la disponibilità a leggere qualcosa di mio e ho scelto la sopracitata perché ha un contesto particolare e ancora non mi convince completamente, mi piacerebbe avere un riscontro esterno.

 E’ nata in modo rocambolesco sulla metropolitana, mentre tornavo dall’università. Lessi il bando di un concorso letterario, che presentava il tema “Dialogo con il mare”; mi colpì e cominciai a riflettere. Una volta scritta, decisi, con un po’ di ironia, di presentarla ad un altro concorso a tema libero: il “Premio letterario internazionale Michelangelo Buonarroti” di Seravezza. Purtroppo, dato il mio temperamento un po’ sanguigno, dovetti limarla prima di presentarla alla competizione. Mi turbava proprio l’idea di aver dovuto mascherare la poesia originale, per qualche timore sconosciuto. Non è uno dei miei scritti migliori e nemmeno uno dei miei preferiti. Eppure, la poesia ha avuto la fortuna di essere stata tra le vincitrici della sezione per i giovani poeti del concorso.

E’ stata una sorpresa piacevole, nata in maniera isolata, tuttavia continuo a chiedermi: è stata la limatura a renderla più appetibile oppure senza avrebbe potuto comunicare di più?

Le auguro una buona lettura, spero non sia troppo spiacevole.

La ringrazio ancora,

per quella sera e per la possibilità di scriverle.

Con la speranza di risentirla presto

POST SCRIPTUM                 

Professore, metto il postscriptum qui, perché credo sia meglio leggerlo prima della lettera stessa. Come vedrà dalla data, l’ho scritta molto prima di ora; se avessi dovuto scriverla ora, probabilmente sarebbe completamente diversa. Avrei potuto aggiornarla, ma ogni parola che scrivo, anche le più brutte, le sento una testimonianza di un “essere” ormai passato. In quanto tale, hanno diritto a rimanere scritte, anche se ora non sono più vere. Del resto, ogni cosa va vista rispetto alla sua data di validità.

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