POSTSCRIPTUM: ora che rileggo mi rendo conto che ho voluto includere grandi temi e grandi riflessione, senza dare loro una forma; mi sembra tutto banale, ti prego perdonami per tutte queste banalità e per questi errori d’italiano, ma il mio animo soffre, non sto bene e poter dar voce a qualcosa, che dentro di me è strozzato, è molto difficile. Non ho riletto, troppo stanco.
Caro Marco,
eccomi finalmente qui a scriverti dopo ben due settimane. Scusami di tutto questo silenzio, ma mi era stato assegnato un lavoro computazionale e mi ha preso per parecchie notti. Questa volta ho riletto bene le due lettere che ho ricevuto, cercherò di trattare entrambe.
Innanzitutto, basta soprannomi. In primo luogo, non capisco di chi parli. In seconda istanza, direi che i soprannomi minimizzano la persona, la identificano in base ad una singola qualità o ad un singolo episodio, senza dare possibilità di rivalsa. E’ uno stigma, e molti ti identificheranno sempre tale. Se per alcuni può essere una certezza, un modo per dare significato alla propria vita, io lo vedo come una prigione che alla fine accetti. E’ chiaro che io rappresentando un’estremalità, ma è sempre bene tenere le mani avanti. Mi rendo conto che siano stronzate, ti basti solo che io odio i soprannomi, quindi tu, da buono amico, evita per favore.
Il futuro non esiste in quanto non è ancora, il passato non esiste in quanto non è più, il presente è un attimo inesistente in quanto giace tra due realtà inesistenti, il tempo è una condizione dell’anima, amico, ha senso chiedersi dove saremo da tanto tempo? Non roderti cercando di pensare troppo, bisogna pensare il giusto. Hai ragione ad essere incerto, a domandarti sul tuo destino, avere un progetto è l’unico modo per avere sempre un faro quando le tempeste si infittiranno. Ti capisco, spesso mi chiedo se arriverò a trenta anni, l’idea che tu poni, l’esser degno, è ancora più profonda. A me viene da chiedere in certi momenti: della morte ho timore, ma siamo sicuri che in questa società vorrei vivere fino a trenta anni? Forse si commenta da sola. Cerca solo di non affliggerti per ciò che è fuori dalla tua portata, io spesso lo faccio e guarda come sto.
Oggi dovevo vedere per quei pochi minuti che il treno staziona a Firenze un’amica che non sentivo da almeno cinque anni. Contestualmente, si è scatenato il diluvio, se aggiungiamo che da casa sua alla stazione c’è un percorso di quaranta minuti con i mezzi pubblici, ti sarà ben prevedibile che l’incontro non è mai avvenuto. Io non la biasimo, per solo otto minuti di saluti dopo tanti anni si può aspettare ancora un po’. Eppure, mi ossessiona l’idea che io al suo posto sarei venuto lo stesso. Io odio le persone, però per le persone care e forse anche per coloro che sono meno care farei follie. Spesso compio l’errore di farmi carico di tutta l’amicizia, perché la vita ti dimostra che se ci tieni a qualcosa, devi lottare, nessuno lotterà per te. Dunque, hai ragione, l’amicizia è un non doversi mai aspettare, è vivere con la certezza che ciò a cui tengo io è ciò a cui tiene l’altro, è parità ed equità, è molto raro il nostro rapporto. Sapessi la gente quante risate si gode quando domando loro cosa pensino dei carteggi.
Apriamo una parentesi, penso tu sappia cosa penso di Giugovaz e qui mi fermo perché continuare e non sarebbe simpatico affatto.
Le migliori amicizie sono in vacanza, nessuno ha nulla da perdere e tutti sono se stessi, si creano i legami più forti. Bada però, solo le persone più sensibili vorrebbero continuarle, le altre hanno paura che esperienze così belle così intense diventino reali. O semplicemente, sono stati abituati a credere che l’impossibile sta solo nelle fiabe. A volte ho pensato anche io di sparire, non per i tuoi stessi motivi però. Io vorrei solo avere tempo per lavorare su me stesso. Ho tante cose da sistemare e alcun tempo per farlo, la qualcosa mi strugge. Mi hai capito perfettamente. Io sono alla ricerca di un porto, mi serve un maestro, uno che faccia ordine in me e che sappia guidare le mie tensioni verso la grandezza. Finché non lo trovo, non so se sarò mai felice. Mi ha stupito che tu l’abbia capito dal nulla. Quindi, ti dico, trovalo in fretta anche tu, perché dopo il liceo c’è l’oceano e lì ognuno è pirata degli altri e di se stesso.
Ti vorrei ringraziare, le tue parole mi rincuorano sempre e mi danno la possibilità di scrivere liberamente. Scusami, in questa lettera non credo di essere stato incisivo come al solito, ma sono molto provato, credo che la vita da pendolare per chi ha responsabilità sia un inaridimento dell’anima, perdo le parole e la testa si svuota.
A volte penso che il destino sia ingiusto con noi, non abbiamo mai avuto occasione di studiare insieme, di lavorare insieme, abbiamo passato la vita a parlare, a confrontarsi, a produrre ottima filosofia, però la pratica non c’è mai stata data. A parte Lignano, non c’è mai stata una festa, una bevuta seria, uno sport, un’attività seria che ci abbia coinvolto. Se ci penso ogni volta che io c’ero tu non c’eri e viceversa, basta pensare al prossimo capodanno, io ci sono per la prima volta e tu vai con i cartoni animati(non so né i nomi né i soprannomi). Forse siamo destinati ad avere due vite grandiose, sicuramente la tua lo sarà, tuttavia separate, magari il nostro carteggio colo tempo diventerà un libro, chissà.
Tu cosa pensi voglia dire spaesato? Per me significa senza paesaggio. So che è attribuito di norma a chi si sente momentaneamente senza paese, turbato dal nuovo ambiente. Ma per me equivale a senza paesaggio. E’ così che mi sento a Roma. Stare a senza mare è come essere un’ape in autunno: manca qualcosa, qualcosa d’importante. Camminare per strade di cemento, vedere la sera il Pantheon, il Colosseo, San Pietro, è un dono di Dio. L’unico motivo dei miei continui viaggi sono quei quindici minuti tra Trieste e Monfalcone, dove si può sentire l’amore diffondersi dalla natura, dove si può osservare una distesa di diamanti sotto il Sole e la Luna, dove si può percepire una confusione tale che non si capisca se il cielo sia al suo solito posto oppure a terra, tale è la luce della città nel buio. Vorrei dirti tante altre cose, vorrei dirtele in italiano, ma mi sento vuoto, i pensieri si confondono, sano e saturo, è più saggio smettere che aggiungere altre baggianate a queste altre, già abbondanti.
Sono passati due giorni e mi sento più rilassato e vorrei raccontarti due episodi di cui ho fatto esperienza: uno della sera precedente e l’altra di questa settimana, che mentre scrivevo venerdì si era obliato. Mi è capitato di discorrere con una persona molto ferrata in intelligenza e in esperienza. Aveva una tale aurea che per gran parte della serata ho taciuto, ascoltavo e annuivo, finché costui non volle fumarsi un sigaro. Per rispetto della padrona di casa, si accinse a consumare il comune vizio sul pianerottolo e, per comodità, si sedette per terra. In quel momento ne approfittai per restare solo con lui e parlare. Inizio lui il discorso chiaramente e mi permise di mettermi a mio agio. Mi sedetti per terra. Due uomini seduti su un pianerottolo. Un anziano e un giovane. Un maestro e un ignorante. Non c’era nulla da perdere e in questo ho trovato la serenità e ho parlato, mi sono sentito compreso. Senza volerlo avevo già ricevuto una lezione, una tacita lezione di umiltà: sedere su un pianerottolo, freddo e grigio, dove persino il tempo, incuriosito, si blocca. Non voglio aggiungere altro, voglio che tu la legga, che ti faccia una tua idea di come deve essere stato e spero che anche tu venga travolto dal pathos della situazione.
Il secondo caso che io voglio portare alla tua conoscenza è il seguente: ti informo che mi ha molto provato e ogni volta che mi a pensarci provo dolore perché mi rendo contro di quanto consapevolmente faccio parte di questo brutto sistema, di quanto sia difficile liberarsi dei dogmi stereotipati che la teoria e l’esperienza della vita ti ha iniettato, di quanto i valori umani tanto proclamati muoiano a confronto.
Siamo nella metropolitana di Roma. Immagina, grigio, affollato, sporco e opaco. Prova a sentire la tensione: ogni uomo vuole avere il suo spazio, il suo posto a sedere è pronto a spingere e far male per questo e soprattutto per timore degli altri, per timore di essere derubato diventa cattivo. Capirai che io, giovane e inesperto, durante il viaggio devo indurire ancora di più il cuore. Un giorno, giunge a chiedere l’elemosina una donna, la solita, con una bimba in braccio, la figlia. Nell’aria stagnante si diffonde una litania dolorosa, l’anima trema e lacrima. In concomitanza, la testa comincia a produrre i pensieri, le ipotesi, le confetture più maligne, pur di evitare che l’intera persona diventi fragile. Infine, gli occhi osservano e per riflesso, ti uniformi alla maschera comune. Abbassi lo sguardo, ovatti le orecchie, fai finta che non ci sia nessuno, sorridi in apparenza e dentro ne soffri. Poi, avvenne il miracolo. Una figura bianca, una suora, emerse da quel pallido squallore, correva: evidentemente l’aveva vista da lontano e la seguiva da allora. Vidi un sorriso splendido sul suo viso, aveva l’effetto di un sassolino lanciato in uno specchio d’acqua immobile. L’anima comincia a tremare di calore. Ella diede alla madre quel che poteva, tocco la figlia e la benedì. Molto di più le diede: l’affetto. Per un attimo da quella famiglia nomade tolse il pensiero e i segni della dura vita, e in chi di noi la vide quei brutti pensieri. Il gesto di una aveva riscattato molti. Un piccolo gesto di cui nessuno di noi, laureato, studenti, magnati, figli, genitori, era stato capace.
Continuo a scriverti. In attesa di compilare questa lettera mi sovvengono altre riflessioni. Sarà una lettera eterna, magari potrei includere la risposta alla terza tua. Una piccola parentesi vorrei porti. Le persone non ascoltano e si vede dalla semplicità. Ero in bagno in università, come al solito qualcuno bussa, io rispondo a voce chiara e forte. Egli prova più volte ad entrare, prima di desistere. Avrebbe dovuto ascoltare e non solo sentire ciò che ha voluto constatare con una spiacevole e poco educato esperienza.
Ed eccomi qui, a continuare questa terza lettera, tornando a Roma da Pisa. Sono stato sulla torre e nella cattedrale. L’arte parlava al mio cuore con una tale forza, il primo bacio lo si dà con gli occhi e così è stato prima che addirittura entrassi. Ed era stato così anche poco innanzi nel tempo, quando ho visto la scuola normale superiore. Alla sommità delle scale una porta automatica con le iniziali SNS impresse, moquette, atmosfera di eleganza, grazia e cultura, amore a prima vista. Pisa inoltre è piccola, facilmente assoggettabile da parte di un camminatore come me. Ho letto e apprezzato la tua terza lettera. Non essere severo con te stesso e perdonati. Non hai cola di aver perso occasione con Nicolò e con Martino oppure di aver perso di vista gli altri. La vita va come deve andare, devi solo apprezzarla, accettarla, e perdonare te stesso. Se veramente avrete voi qualcosa da condividere, non ti preoccupare accadrà da sé. Nulla per sempre può restare lontano dall’equilibrio. Non ti preoccupare, vedrò di organizzare una vacanza con più persone.
Volentieri leggerò il tuo racconto, se avrai piacere. Bisogna condividere la scrittura, ciò che oggi scrivi senza significato apparante, domani potrebbe salvare la vita ad un altro. Spero per te che andrai al “Treno della memoria”. E’ un’esperienza fondamentale, se sei troppo tardi, corri e prega chiunque di andarci, fidati di me, torni con una nuova consapevolezza. Se è davvero troppo tardi, non temere, vai l’anno prossimo, forse ci ritornerò anche io, dopo tre anni potrò imparare qualcosa di nuovo.
Non è sbagliato dipendere dalle persone, lo è mostrarlo, perché siamo in una società che insegna ad approfittarne. Dall’altro canto, sempre prima l’onore e la dignità, ma non avere vergogna di pregare, non è un gesto così infimo, al massimo ferisce l’orgoglio. Ricorda che se Cristo lavò i piedi dei discepoli, anche noi possiamo abbassarci, sempre se lo facciamo per giuste cause. Ricorda, ti ripeto, devi perdonarti e accettarti, sii te stesso, ti viene da essere possessivo? Modulati e siilo con eleganza, senza stuprare la tua natura e senza dannarti troppo per questo. Riguardo all’università ti faccio una domanda: si sente spesso dire “Io sono del liceo …” e “ Io frequento l’università …”, secondo te perché?
Alla fine, credo che dobbiamo aiutarci, io essere un porto per te, tu per me, le lettere servono a questo, no?
Esatto, oggi siamo privi d’identità, bisogna cercarla, io credo sia come la felicità secondo Benigni, l’abbiamo avuta da piccoli ed era così preziosa che l’abbiamo nascosta. Poi siamo cresciuti e ora non ricordiamo più dove l’abbiamo messa. Bisogna essere sereni sempre, lucidi e attenti. Attento a non perderti e ricorda, il primo pirata di te stesso sei tu.
Sono contento che l’episodio ti sia piaciuto, te ne racconto un altro. Ieri ho visitato Lucca; sulla via del ritorno, era sera, mi sono soffermato con cenni di apprezzamento davanti alla vetrina di un negozio di disegno. Un vecchietto deve aver colto quei cenni e ha cominciato a parlarmi. Mi ha chiesto che liceo avessi fatto e quale corso di laurea ora facessi credendo che fossi di Lucca, mi ha consigliato, indicandomi anche la sede, di iscrivermi alle scuole serali di liceo artistico, frequentando solo le lezioni di disegno per soddisfare questo mio piacere. Io gli ho lasciato credere tutto questo, era contento nel cercare di aiutarmi e io penso che non sarebbe stato giusto disilluderlo gratuitamente, aveva buone intenzioni e voleva aiutarmi. Magari era nella vita ormai solo e aveva bisogno di due chiacchiere, in ogni caso qualunque obiezione mia avrebbe interrotto il canale comunicativo e non sarebbe stato giusto. Riflettici.
Ora la lettera è finita veramente, in bocca al lupo per la risposta.
A presto amico mio,
tanti cari saluti