Oltre il confine
A volte non so dove finisce il giorno. Non lo capisco davvero.
Non è solo il buio che arriva, è qualcos’altro. Un momento strano, lento, che si allunga come un respiro trattenuto.
E mi trovo lì, incastrato, tra la voglia di dormire e il bisogno di restare sveglio. Tra il sogno e qualcosa che gli assomiglia troppo.
C’è nebbia. Dentro, fuori, ovunque.
Cammino e non so se sto andando avanti o se sto solo girando in tondo.
Ogni passo si sbriciola.
Ogni pensiero si allunga, si annoda, mi sfugge.
Mi sembra di vivere solo a metà, come se la parte più viva di me fosse rimasta indietro.
O avanti. O da un’altra parte.
Parlo alle ombre. Le prego, a volte.
Chiedo: ridatemi almeno un frammento di luce, qualcosa da stringere, qualcosa che abbia un nome.
Ma loro ballano, leggere, e sembrano sapere qualcosa che io ho dimenticato.
E allora vado.
Con accanto una sagoma che conosco fin troppo bene: me stesso, ma stanco. Me stesso, ma vuoto. Me stesso, ma vero.
Un fantasma, sì. Ma non di qualcun altro. Mio. Di me.
La parte che ho lasciato indietro per sembrare più forte, più sveglia, più in controllo.
Che bugia.
Cerco un varco.
Un punto in cui questa nebbia finisca e cominci qualcos’altro.
Non lo so cos’è.
Solo so che lo desidero. Che qualcosa lo desidera, anche se non so dargli un nome.
E forse è questo che mi tiene in piedi.
Non la speranza.
Ma il desiderio.
Nudo. Stanco. Irrisolto.
Eppure, mio.