Frames of Experience

La spiaggia

La spiaggia

Il teatro al mare è una corsa tra i cristalli, preziosi e ricamati, di una gioielleria fuori quartiere. Poni attenzione ad ogni dettaglio, o meglio è il dettaglio a sedurti, a chiamarti, a coinvolgerti. Un uomo si siede su quei gradoni, arancioni, consunti, colmi di storia, se potessero solo parlare, ebbene si siede e osserva il teatro. Si finge sia un teatro, alla fine si tratta di un magazzino, troppo complesso per una vacanza, a volte è la base operativa degli animatori, a volte il luogo dove poter trovare una racchetta, una pallina, un gioco. La sera si trasforma e diventa un palco, tempestato di minuscole schegge e coperto dalla luna e ogni tanto dalla pioggia. Di fronte, una leggera piazza in marmo, così liscia da non capire se si tratti di ghiaccio o di pietra senza l’aiuto degli occhi. Tutto intorno, si sviluppano i gradoni dove la gente si siede e aspetta. Del resto, appena di fianco si trova una piscina; di sera, le acque brillano senza agitazione e riflettono i ricordi più lontani o i pensieri più oscuri, di chiunque si distragga e uno sguardo perda in quell’azzurro. Risalendo le scale, si giunge al chiosco di un bar, la folla spesso gioca a carte, spesso beve, poche volte mangia e sempre di tutto il resto si dimentica.

Io ero un uomo, o forse ero tra gli uomini. Io ero un ragazzino. Stavo seduto e guardavo il lavoro duro di chi cercava di rendere quella serata più leggera. Ho sempre avuto rispetto del lavoro altrui. Quella sera ero distratto. I miei compagni di avventura ridevano, effettivamente non era facile distinguere quale battuta provenisse da loro, quale dal palco. Il rumore delle risate era tanto, ma non mi turbava, mi attirava più ciò che di rumore non ne produceva. Il cielo era costellato di nubi, eppure come fosse una cosa voluta, in cima ad una collina c’era spazio per lei, la Luna splendeva e mi chiamava, la Luna era la mia fonte di distrazione. Non si tratta del suo banale riflesso, si parla di una brezza, soffice e decisa, che si evolve da quella punto boscosa, si fa strada fino a me e si mi accarezza dolcemente con un pizzico e si perde verso il mare. Ricordo questa sensazione molto bene, lo spettacolo sarebbe stata l’ultima cosa di cui mi sarei portate memoria. Difficile avere un’identità tra quell’ironia che mi circondava e quella poesia che si allontanava. Vidi il mio caro amico Alessio. Eravamo riusciti a combinare una vacanza insieme a distanza di un anno. Ci eravamo conosciuti così per caso, gli ultimi quattro giorni di una permanenza estiva. Stranamente, eravamo rimasti in contatto e un giorno dal nulla ci venne l’idea di sincronizzare le successive settimane al mare. E, stranamente, ci eravamo riusciti. Mi alzai di scatto e saltai dal gradone: ho sempre trovato affascinante quel giardino in miniatura tra il teatro e il chiosco del bar, ci sono abbastanza alberi per arrampicarsi, troppo pochi per nascondersi. Alla fine, quel villaggio è un immenso giardino in adulazione al mare: trovare un giardino in un giardino è un sogno proibiti.

Ricordo che camminavamo su una stradina di ciottoli di pietra. Mi giunge l’immagine di un ruscello che si insinua nel paesaggio anche più duro fino a condurti al mare. Noi chiacchieravamo, dietro di noi si dissolvevamo le battute del palco, il rumore dei bicchieri, davanti a noi schizzava la libertà. Non ho presente il motivo di quella passeggiata, però ricordo che per tradizione prima di iniziare la serata vera si andava in spiaggia, si occupava una o più sdraio, questo dipendeva dalla pigrizia o dalla ambizione sopita di ciascuno, e si parlava, ascoltando il mare e guardando le stelle. Non credo che esista qualcosa di più pregnante in termini di espressione delle nostre facoltà. Potrei dire che si annusava la brezza e si accarezzava la sabbia, il cerchio così si completa. Si camminava molto lentamente. Sulla sinistra si sviluppa un campo da tennis, un campo da pallavolo su erba e infine un campo da calcetto. Molto spesso era la nostra fantasia a renderli tali, il tempo era stato molto egoista con loro, aveva cancellato tutto ciò che di umano si trattava. Di base, l’erba era soffice, bagnata e fastidiosa, ma sopportabile. Sulla destra si evolveva una striscia di prato molto stretta, confinante con il limite del villaggio: una rete di cespugli alta e fitta. L’immaginazione qui si perdeva completamente. Oltre la rete, una prateria eterna di spighe, la osservavo e pensavo che il paradiso dovesse avere quell’aspetto. Tra quel fruscio plastico un cavallo spuntava, di qua e di là una corsa aveva luogo per spettatori immaginari, tutto luminoso si vede in questo mistero. Ogni tanto, un muso si addentrava tra i cespugli, forse curioso, forse desidero di attenzioni. Il paesaggio suggestivo aveva un altro ambiente di sogno da affrontare. Le chiacchiere diventarono superflue una volta usciti dal villaggio, anzi è come se dissolsero in vento sotto le fronde degli alberi. È così che il villaggio si distingue dal mare, con una striscia boschiva che trova riscontro solamente nelle fiabe più misterioso. Gli alberi sono alti, le foglie formano una spuma nel cielo, di giorno l’ombra si dona dimenticata, di notte sembra che si perde il peso della vita nel buio e si ritrovino i sensi di uomo. Il mare non si vede ancora, forse si sente in lontananza, però è nel calpestare la sabbia che paradossalmente nutre quegli alberi che si trova la prova del frangersi delle onde. È così vedere come a volta è la sabbia che conquista la vita, a volte sono le radici degli alberi che si fanno strada, si nascondono addirittura sotto la stessa. Di qua e di là ti pare di intravedere uno gnomo sorridere, un folletto ridere sui rami, una fata che si confonda, temendo di essere trovata, sperando di essere vista. L’atmosfera è un misto di magia infantile e di ricordo maturo. La striscia sarà spessa cinque, sei metri eppure la stradina che la attraversa si contorce, allunga il viaggio. È come se tutto fosse pensato per rimanerci, eppure è solo una zona di transito, un po’ come la vita.

Arrivare alla spiaggia non è così facile, il bosco mette alla prova la tua anima, e poi c’è una strada e il tuo spirito si sente chiamato in causa. Una strada completamente deserta, certo di giorno d’estate ci sono i turisti, di notte d’estate durante la festa qualcuno beve, qualcuno passeggia, altrimenti non c’è nessuno. Ti volti a destra e non vedi la fine, ti volti a sinistra e ti perdi in altra boscaglia in altra sabbia. Non credo ci sia una ambientazione migliore per far sentire un uomo al centro dell’attenzione, al centro del pericolo, un attimo, anche solo per finta, però quell’attimo è tutto tuo. Non c’è nulla di più bello che vivere di dettagli. Ricordo che arrivammo in spiaggia, una distesa collinosa immensa sul mare, e non so se lo capii prima dalla sabbia fresca che mi tocco le caviglie o dal riflesso della luna sul mare. È sempre piacevole camminare e ricordare, sulla sinistra un mucchio di giochi da spiaggia, ognuno un momento dell’infanzia che precede, sulla destra il campo di pallavolo, il mio presente e forse il mio futuro, effettivamente al mare non si fa altro che nuotare, abbronzarsi e giocare a pallavolo. Poche cose, ma efficaci. Ero così preso da quelle sensazioni che le parole di Alessio pronunciate senza sosta era una lieve brezza, mi dimenticai il motivo della nostra discesa a mare, sebbene me l’avesse poco prima o forse non mi disse proprio nulla. Ad un tratto, due ragazze apparvero sulla nostra stradina, stavano tornando indietro, credo fossero state al mare fino allora e adesso volessero tornare per vedere cosa ci fosse in teatro, al contrario di noi. Quando le vidi cominciai a capire perché Alessio aveva voluto alzarsi ed incamminarsi al mare. Una ragazza più alta, capelli a caschetto, solita canottiera, soliti pantaloni corti, ciabattina estiva, parlava, gesticola, insomma attirava un sacco di attenzioni a sé. Una ragazza più minuta, osservai dei capelli lunghi sinuosi e una ciocca azzurra tendente al verde, pensai ad un riflesso del mare, o semplicemente pensai di aver visto male, pantaloncini corti e una magliettina estiva. Curioso era vedere la sabbia zampillare ad ogni suo passo. Eppure, era un’immagine residua.

Diventa chiara adesso perché ci penso, cerco di ricordarmi qualcosa che non ho visto direttamente, assemblo le sensazioni a posteriori o, per amore di onestà, le sensazioni che adesso mi paiono più logiche. Alla fine, la scena è occupata da chi vuole essere al centro dell’attenzione: quella entro in scena Lara. Non ricordo bene in che modo ci approcciammo, ricordo che sembrava come se lei avesse pianificato. Tutti gli occhi erano per lei, si parlava, si scherzava, Alessio era contento. Si era già pianificato qualcosa, forse un’uscita il giorno dopo, o da bere la sera stessa più tardi. In tutto questo, Francesca sorrideva, sorrideva e di quel sorriso mi accorsi ormai oltre tempo.

Alla fine, ci salutammo, loro volevano tornare a teatro, noi avevamo il mare e la Luna riflessa aveva il fascino che si cercava. Il percorso sulla sabbia è un film di ricordi. Appena dopo pochi passi ti appare sulla sinistra i giocattoli dei bimbi, lasciati a riposare in attesa della mattina dopo. Di fronte, si stagliano le sdraio, in una scacchiera perfetta. Poco dopo la strada curva a destra per adattarsi a quella schiera e inizi a costeggiare il campo di bocce e intravedere il campo di pallavolo. La rete ogni tanto trema, a volta per il vento, a volte per la memoria del tempo. Di nuovo una curva a sinistra, si cammina sul tappeto verso il mare. È bello scendere di giorno e vedere come le persone sono intente a qualcosa e neanche ti vedono. Adesso, invece non c’è nessuno. Forse solo Alessio parla, ma alla fine non ascolto. Gli voglio bene ma in quel momento ero distratto. Alla fine, scegliemmo la sdraio. Pochi metri dal mare. Lui in piedi agitato e felice, parlava emozionato per quello che avremmo fatto. Io sdraiato, non curante, ero affascinato dal suo entusiasmo, allo stesso tempo troppo rilassato per pensarci. Mi bastava la luna, mi bastava forse quel sorriso. Ricordo che Alessio alla fine si sedette, mi guardo, guardo il mare, emise un sospiro e con l’ingenuità propria dei bimbi appena al mondo disse – “Aaaaah, sarà proprio una bella settimana.” Io lo guardai. Sorrisi. Uno sguardo al cielo, una mano sulla pancia, l’altra a penzoloni.

“Si, hai proprio ragione.”.

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