Frames of Experience

La madre che non dorme

La madre che non dorme

Notte.
Dio mio, la notte… non quella delle lucine nei film, non quella delle finestre accese che promettono ritorni — no.
Parlo della Notte vera. Quella che ti cammina accanto come una madre che non sa consolarti. Una madre muta, scavata, stanca. Una che non canta ninna nanne, che ti raccoglie a pezzi, uno per uno, e non dice niente.
Solo silenzio.
Ma non è cattiva. È solo vuota.

Stelle sfiorite.
Hai mai visto una stella sfiorire? Non cadere — sfiorire. È diverso. Non fa rumore, non illumina, non brucia. Muore piano, come un ricordo che non fa più male ma nemmeno ti scalda.
La notte le raccoglie tutte, come se fossero resti di un amore antico, come se potessero servire ancora, magari per cucire il cielo nuovo.
Ma il cielo è muto, muto come una guancia che ha già pianto tutto.

Lacrime asciutte.
Le portiamo dentro come piccole reliquie.
Non ci bagnano più, ma ci segnano. Le lacrime finite sono quelle che pesano di più. Quelle che ci dicono: è già successo, non serve più piangere.
Ma allora cosa resta? Resta il volto teso, il battito lento, il dio che non sogna più.

Un dio stanco.
Senza sogni.
Senza fuoco.
Un dio che ha chiuso gli occhi non per morire, ma per dimenticare.
Dimenticare noi.
O magari se stesso.

E noi qui, sotto di lui, a guardare il cielo cucito male, a cercare sogni nelle tasche vuote della notte.

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